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Per vederti andare via 

Per vederti andare via c’è voluta una telefonata fatta alle nove e venti del mattino, tanto lo so che sei già sveglio, che hai sempre l’appuntamento con Dio che ti fa alzare ogni mattina prestissimo e ti faceva scappare via dai concerti sempre troppo presto, sempre prima dei bis e dell’ultimo giro di birre appoggiati al bancone a socializzare con barista attraverso argomenti inossidabili quali il tempo e quanto son diventati commerciali i nostri idoli indie.

Per lasciarti andare via c’è voluta una telefonata incastrata tra un appuntamento e l’altro, e poi far finta che sia sempre un carnevale, saltare sul tasto avanti veloce per non dirti di tutte le volte che ti ho sognato con il tuo sorrisobalsamo a tirarmi fuori dagli impicci e ora invece sei solo un pixel nella foto. E poi scoprire che sei sempre tu, sempre il solito che mette un “mi” quando parla di inserimenti in strutture protette “mi hanno portato una famiglia” e stai anche tranquillo un secondo, che nessun dormitorio crollerà improvvisamente se ti prendi un giorno di ferie.

E poi un sorriso ospitale ridere scherzare fare casino e dirti che ovviamente mi va di vederti, ovviamente non c’è problema e son qua, dove sono stata negli ultimi sei mesi, a

uscire presto la mattina 
la testa piena di pensieri 
scansare macchine, giornali 
tornare in fretta a casa 
tanto oggi è come ieri 

(E pensare ancora per un secondo che se mi impegnavo di più ce la potevo fare, di sicuro, a farti restare)

E poi alla fine, come quando dopo il rosso viene il verde, metto giù che sono un po’ sudata ma riparto, vado al primo appuntamento della giornata con un sorriso un po’ ebete, che il primo appuntamento della giornata è mettere le mani in mezzo al fango e vedere se ci sono degli uomini accampati, nascosti, dietro un ospedale, dentro delle tende e delle baracche di cartone. Così stridono un po’, i miei trentadue denti tra un cumulo di rifiuti e un paio di scarpe lasciate al sole sperando di ritrovarle la sera, sperando che andare a lavare i vetri oggi permetta di far su due soldi da spendere al discount per il pane e la carne. Ci sono queste scarpe lasciate fuori da una tenda, c’è un carrello della spesa usato come armadio, un paio di sportine appese ai rami per protegere le provviste dai topi e ci sono io, che fuoriluogo sorrido e penso che davvero, sei andato via ed era anche ora, che ti lasciassi andare.

E che è bello, vedere come anche questo c’entri nel complicato incastro del mondo, e son contenta che te ne sei andato perché tutta la tua perfezione, tutta la tua sicurezza ben poco c’entrano con me, che sono una piuomeno a posto, quasipronta, che sono la principessa degli avverbi e che penso sempre che ci sia spazio ancora per una tenda, quando ti crolla addosso la casa e non sai più dove abitare.

Quando la perfezione finisce, quando scopri che la tivvù ti raccontava delle balle, quando scopri che anche per lavare due vetri ti chiedono l’affitto per il posto al semaforo, ecco io sono in quel quando là, sono nel cercare una spiegazione, sono nel mettere vicini i sassi per fare un’entrata alla tenda e sono contenta, che la perfezione sia da un’altra parte, perché mi accorgo che davvero, ho rischiato di fare una brutta fine. Perché mi piace stare qui nelle mie approssimazioni, che a volte, mi sembrano quasi anche poetiche e vive e abbastanza splendide.

(e ci ho messo in mezzo Lucio dalla perché, porcaccia vaccaccia, ha ragione lei, è proprio un pezzo che manca)