Ottto donne dentro ad una stanza, a fare teatro.

 

A confrontarsi con un testo di quarant’anni fa, “Nascita e Morte della Massaia”. La storia di una grande donna che diventa piccola. La Massaia scava dentro di sè, poi esce fuori e viene pettinata, rimessa in ordine secondo canoni che non le appartengono, perchè non sono quelli che ha maturato nel suo percorso personale, ma quelli ordinari della “brava signora”.

 

Dopo aver tanto pensato, si scontra con “ciò che è giusto fare” e deve riaggiustare i pezzi e le idee andate in frantumi.

 

 

 

Questo percorso mi ha portato a tirare fuori il mio tragitto, a vedere che cosa poteva essere condiviso, affrontato e poi lasciato indietro, perchè il ritorno è poi un andare avanti con nuove consapevolezze.

 

Ognuna di noi ha portato un brano, qualcosa che fosse suo da mescolare, per descrivere con parole altrui la propria strada. Io ho scelto qualcosa di arrabbiato e danzante. Un’altra ha scelto una canzone di Fossati. Questi due brani, messi uno in fila all’altro, mi hanno aperto una piccola nuova finestrella.

 

 

 

La prima canzone diceva: “Prenditi un altro pezzettino del mio cuore”, con la voce blues e meravigliosa di Janis Joplin.

 

La seconda diceva “Dicono che c’è un tempo per seminare  e uno più lungo per aspettare”.

 

Due frasi così, che spennellano il mio presente. E’ vero, qualche volta, come dice la mia saggia insegnante, sono quasi un libro aperto. Ma poi, quando c’è da richiudere ed andare avanti, scatto via, come piccata. Se mi togli tutto il dolore passato, cosa mi resta?

 

A dare una risposta è arrivato Fossati.

 

Mi resta il tempo di aspettare. Costruendo futuri altrui, con numeri nuovi da appuntare sull’agenda.

 

E c’è tempo c’è tempo c’è tempo per questo mare infinito di gente.

 

C’è tempo per capire bene, ora che son qua, chi tenere vicino al cuore e chi invece scolorirà, non per disinteresse, ma perchè si son prese altre strade.

 

C’è tempo per leggere cose noiose e raccogliere i frutti chissà quando.

 

C’è tempo per ascoltare progetti ancora agli inizi e prendermene carico.

 

C’è tempo per riconoscere lo schemino di massaia che  avevo scelto senza scegliere davvero e lasciarlo indietro, pronta a riempire il vuoto con nuovi sogni, questa volta davvero miei.

 

 

 

C’è tempo- Ivano Fossati

 

 

 

Dicono che c’è un tempo per seminare

 

e uno che hai voglia ad aspettare

 

un tempo sognato che viene di notte

 

e un altro di giorno teso

 

come un lino a sventolare.

 

 

 

C’è un tempo negato e uno segreto

 

un tempo distante che è roba degli altri

 

un momento che era meglio partire

 

e quella volta che noi due era meglio parlarci.

 

 

 

C’è un tempo perfetto per fare silenzio

 

guardare il passaggio del sole d’estate

 

e saper raccontare ai nostri bambini quando

 

è l’ora muta delle fate.

 

 

 

C’è un giorno che ci siamo perduti

 

come smarrire un anello in un prato

 

e c’era tutto un programma futuro

 

che non abbiamo avverato.

 

 

 

È tempo che sfugge, niente paura

 

che prima o poi ci riprende

 

perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo

 

per questo mare infinito di gente.

 

 

 

Dio, è proprio tanto che piove

 

e da un anno non torno

 

da mezz’ora sono qui arruffato

 

dentro una sala d’aspetto

 

di un tram che non viene

 

non essere gelosa di me

 

della mia vita

 

non essere gelosa di me

 

non essere mai gelosa di me.

 

 

 

C’è un tempo d’aspetto come dicevo

 

qualcosa di buono che verrà

 

un attimo fotografato, dipinto, segnato

 

e quello dopo perduto via

 

senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata

 

la sua fotografia.

 

 

 

C’è un tempo bellissimo tutto sudato

 

una stagione ribelle

 

l’istante in cui scocca l’unica freccia

 

che arriva alla volta celeste

 

e trafigge le stelle

 

è un giorno che tutta la gente

 

si tende la mano

 

è il medesimo istante per tutti

 

che sarà benedetto, io credo

 

da molto lontano

 

è il tempo che è finalmente

 

o quando ci si capisce

 

un tempo in cui mi vedrai

 

accanto a te nuovamente

 

mano alla mano

 

che buffi saremo

 

se non ci avranno nemmeno

 

avvisato.

 

 

 

Dicono che c’è un tempo per seminare

 

e uno più lungo per aspettare

 

io dico che c’era un tempo sognato

 

che bisognava sognare.

 

#

Eravamo in quattro l’altra sera, borse di stoffa e scarpe sformate.

 

Loro erano qualcuno in più. Rumeni, rom, zingari o forse più semplicemente migranti, con questo modo confuso e al tempo stesso familiare di emigrare che hanno le persone rom. Si spostano portando con sè quello che hanno di più caro: la famiglia, in un tentativo folle e disperato di portar via da una terra impoverita almeno ciò che ancora significa qualcosa per loro. Un modo difficile da capire, perchè costringe bimbi, mamme, anziani a viaggi estenuanti e ad avere come vicini topi e piccoli roditori del genere.

 

 

 

Abbiamo seguito qualche indicazione per capire dove abitavano, queste famiglie, così ci siamo trovati verso ora di cena davanti a due case occupate.

 

 

 

Due famiglie condividevano il primo piano. “Faccio il muratore, non m’è costato niente prendere su un piccone dal cantiere e sfondare la finestra murata”. Scosta un telo e tira fuori da sotto il tavolo gli attrezzi, le sue chiavi di casa.

 

Una storia semplice, con un finale sporco: “Eravamo poveri, siam partiti dalla Romania e abbiamo girato molto, tanto che una delle mie bimbe è nata a Foggia, l’altra qua. Ho costruito a LaSpezia, a Firenze e in altri posti in Italia. A Bologna ho continuato ad andare in cantiere finchè il lavoro non è calato e di conseguenza anche i soldi per l’affitto. Non bastavano più, siam venuti qua”.

 

 

 

Un mattone con una resistenza di qualche lavatrice, e in casa c’è il fornello.

 

Un collegamento ben fatto, e in casa c’è la luce.

 

Un passo indietro nella corsa dell’economia, e ti ritrovi per strada.

 

 

 

Occhi chiari, Florin, occhi che guardano la moglie e le due bimbe, una di due anni, l’altra di appena pochi mesi.

 

Occhi che non chiedono, parole precise: “Finchè c’è un tetto, ci basta recuperare i mobili dalla spazzatura, il cibo dalle parrocchie. E restare”.

 

Ciò che non vuole è tornare là, con il fardello della sconfitta, senza un soldo da parte. Rinunciare a questo sogno non si può così e così ogni mattina si infila le Nike ai piedi per calpestare cumuli i spazzatura in giardino e andare in città a cercare fortuna.

 

 

 

Scendiamo al piano di sotto. Tre bimbe, una vestita da sposa, Shakira. Il padre è giovanissimo, ma gli manca già un incisivo. La madre è giovanissima e no, non parla italiano.

 

Il dolore della caduta pesa sui loro volti. Ci accolgono senza accendere la luce, per non farci troppo vedere la sporcizia a terra, il vuoto ai muri, i cocci di una vita sul paviento. Senza risorse, nessun parente, stanchi.

 

Chi lo sa.

 

Difficile salutarli senza un commento, senza il rischio di “affilare la mia pietà”. Dipingergli un passato drammatico per giustificare un presente di muffe e scale appoggiate alle finestre.

 

 

 

Grazie, alla prossima.

 

 

 

Altra casa.

 

Questa ha il colore rosso di tanti stabili di campagna emiliani e un cartello “Pericolo di crollo” che lascia poco spazio all’interpretazione.

 

Una famiglia, una coppia, un’altra coppia e un uomo, da solo, che ci accoglie con il volto insaponato e un catino tra le mani: “Mi faccio la barba, si può?”

 

Siamo noi a chiedere se si può, se ci lasciano ficcare il naso nelle loro case.

 

Loro acconsentono, uno racconta, poi due, poi intervengono pure le donne, e alla fine mettono su il caffè.

 

Storia già sentita: “Stavo in casa, poi non ce lo’ho fatta più, così eccomi qua.

 

La polizia viene, di giorno, mette il luccchetto.

 

Io torno, di sera, tolgo il lucchetto.

 

Sono gentili, non ci portano via la roba”.

 

 

 

Una consapevolezza lucida della propria situazione e del fatto che è inutile mettersi a chiedere aiuto a quattro ragazzi con le borse a tracolla.

 

Allora, si chiacchiera: ci fanno sedere sul loro divano e ci spiegano che una cosa, un cosa in particolare dell’Italia proprio non l’hanno capita.

 

“Ma perchè vi sposate così tardi?”

 

 

 

Intorno, le modelle dei cartelloni pubblicitari attaccati a mo’ di poster ci guardano e fanno finta di niete.

 

 

 

Altri saluti e poi si va verso casa. Porto via da lì il timore amaro che, finchè saranno dei muratori rumeni a inciampare nella crisi e occupare le case, non sarà poi un problema di cui parlare.

 

 

 

Mentre cerco la strada verso casa e le parole per descrivere questa “Passeggiata ROMantica” arriva de Andrè, a risolvere le due questioni.

 

 

 

 

 

 

 

La tua lettera l’ho avuta proprio ieri

 

ma racconti tutto quel che fai

 

ma non essere ridicola

 

non chiedermi “Come stai”,

 

questa gente di cui mi vai parlando

 

è gente come tutti noi

 

non mi sembra che siano mostri

 

non mi sembra che siano eroi

 

e non mandarmi ancora tue notizie

 

nessuno ti risponderà

 

se insisti a spedirmi le tue lettere

 

da via della Povertà

 

 

 

 

#

Un’altra volta, un’altra ronda.

 

 

 

Solo in tre, questa sera, a cercare le sfighe in giro per Bologna.

 

All’ora del tramonto: armati di penna, sprovvisti di promesse e lo sguardo dritto e aperto nel futuro*.

 

Arriviamo fuori da una casa alla fine della città, vicino alla tangenziale ma anche ad un bel parchetto con le altalene che sembra quasi di stare in campagna.

 

Casa su tre piani, con le finestre che straripano di umanità: panni, lenzuola, tende, tutto a sventolare fuori, mentre sotto, in giardino, gli uomini chiacchierano di lavoro.

 

Non ci prendono subito bene, questi qua.

 

Come noi, ne han già visti tanti: tante promesse di aiuto poi perse per strada, troppi contratti di lavoro bizzarri che spariscono dopo pochi giorni.

 

Sono poveri e forse han fatto dei casini. Sono arrabbiati e hanno appeso un cartello, fuori dalla porta di casa: “Vietate le gligliate e i non rezidenti”. Proprio così: vietato star troppo bene, in Italia, se non hai il pezzo di carta giusto.

 

La conversazione inizia tre volte, prima di partire davvero.

 

Prima con un italiano, datore di lavoro, che era lì per non so quali scartoffie.

 

Poi con un dei capi famiglia, che finge di non capire.

 

Infine arriva Alexie: tondo e incazzato come solo la luna nei giorni migliori.

 

Attacca noi e il nostro essere disarmati di fronte alla miseria.

 

Attacca quelli del Comune, quelli dei Servizi, quelli della Chiesa e poi lo fermiamo, prima che se la prenda con tutte le nostre generazioni passate e future.

 

Improvvisamente cede e diventa una persona che abita in Italia da un sacco di tempo, che ha provato a saltare dei passaggi e che oggi si ritrova senza lavoro a dover pagare un affitto di casa, senza aiuti da nessuno per aver sbattuto porte in faccia al momento sbagliato.

 

Spieghiamo: “Siamo solo qui per capire quante persone ci sono in difficoltà in giro per Bologna”.

 

Interviene subito:”Basta che ti guardi intorno, ne trovi una sotto ad ogni sasso”.

 

Ancora un po’ della sua storia, ancora un po’ della nostra.

 

Improvvisamente, sbotta, si arrabbia con qualcuno che non l’ha aiutato come si aspettava, prende un bastone, e fa

 

“Perchè con gli zingari non si scherza!”.

 

 

 

No, caro signor Alexie, con la faccia rossa per l’ira e il cuore in affanno che non sa più dove trovare i soldi per domani.

 

Non è con gli zingari, che non si scherza. Zingaro è il nome che ti porti addosso, sperando che ti protegga come una coperta troppo corta.

 

E’ solo un ricordo di quello che eri, o che forse erano i tuoi padri.

 

Non è con gli zingari, che non si scherza.

 

E’ con i poveri. Vanno presi sul serio, perchè disarmano, gridano aiuto e si arrabbiano, perchè la mancanza rende ciechi e sordi. Non sentono le richieste di fiducia e rispetto, non capiscono perchè si dovrebbe volere qualcosa in cambio.

 

Sordi e disperati, i poveri arrivano come una valanga impazzita e ti travolgono, cercano di portarti via qualcosa, un pezzo di quella sicurezza che gli è sfuggita e per ora sembra non tornare.

 

 

 

Abituato a questa vita, umile, tra campi e case sovraffollate, non ti aspettavi che peggiorasse. Ora le cose scivolano lentamente verso la miseria, e non sai più che fare.

 

Prima, da clandestino, avevi un lavoro.

 

Ora, da regolare, la crisi ti ha tagliato fuori.

 

 

 

Che scherzo ti hanno fatto? Dove sono finiti quei denari che mandavi in Romania, che usavi per l’affitto, che ti davano dignità?

 

 

 

Questo noi non lo sappiamo. No, neanche questo. Però in mezzo alla tempesta, sappiammo che vorremmo tornare. Perchè neanche con noi, nemmeno per un momento, si può scherzare.

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Pace amore e gioia infinita.

 

 

 

Domani parto per le vacanze e questo mi mette addosso una pace karmica. Ma anche, non può mancare,  un nervosismo da szdaura, come dicono qua.

 

Tutte le valigie da fare, mettere le pile di maglette nelle borse, che bastino per dopo ferragosto, per dopo il venti, per dopo la montagna con le mattarelle, e chissà che altro.

 

Tutte le mail mandate, tutte le mani strette, tutte le facce incontrate con distribuzione rituale di compiti per le vacanze.

 

 

 

Un disordine totale nella pancia e un mare di buon propositi.

 

 

 

La stanchezza di chi non si è risparmiato (citazione) mi accompagna, quindi so che quando tonerò ci sarà sempre il solito casino tremendo, ma avrò anche qualcuno che mi passa il filo giusto per cominciare a sbogliarlo, o se non altro si vedrà ancora l’ultimo pezzo di strada buono fatto assieme.

 

 

 

Piccole cose, piccole case nei progetti futuri personali e lavorativi.

 

Piccoli libri, piccole pozioni nel presente di quasi vacanza.

 

Piccoli propositivi, dicevamo: chiedere molto meno scusa, leggere Pavese, occuparmi delle mie ginocchia.

 

E ovviamente: pace,  amore e gioia infinita.

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Rieccomi.

 

Sono tornata a Bologna dopo una settimana nei Balcani e una nell’alto Veneto.

 

Cominiciamo dai buoni propositi: sono stati essi raggiunti?

 

-Chiedere molto meno scusa: non sapendo una parola nè di serbo nè di croato, non sono riuscita a prostrami ai piedi di camerieri/tabaccai/negozianti come faccio di solito. Promossa, promossa! E promossa pure durante la seconda settimana, cioè quella in vacanza con le Mattarelle, perchè la signorina Rottermeier che anima il mio spirito educativo non chiede mai scusa. Al massimo chiede una birra.

 

 

 

-Leggere Pavese. La luna e i falò si son fatte i Balcani in camper, han visto trombe, monti, mucche e mare a volontà, ma io non sono riuscita ad andare oltre il secondo capitolo. Perchè da quelle parti i cimiteri punteggiano le colline, i colpi di granata sfregiano ancora le strade e la guerra è una cicatrice sottopelle. Non ho trovato il coraggio di aggiungere a tutto questo anche Pavese. Un’emozione alla volta.

 

 

 

-Prendermi cura delle mie ginocchia. Qui direi d’aver raggiunto il massimo dei voti. Le ho portate a ballare i ritmi di Kusturica, le ho fatte sbatttere contro vecchi tavoli di legno, oppure di plexigrass, oppure di ferro sverniciato. Contro port sconosciute e su per i sentieri pieni di fango, per poi riposare su coperte da pic nic. Hanno avuto anche l’opportunità di diventare rifugio per una donna disabile che ci si è appoggiata e ci ha fatto un riposino, con il suo corpo ritorto e lo sguardo che fissa sempre l’altrove. Promossa.

 

 

 

Sono tornata da queste vancanze con molte foto e poche certezze.

 

Le foto dormicchiano ancora dentro la macchina fotografica, in attesa di essere riviste, selezionate, nominate e infilate nelle lenzuola pulite dei ricordi.

 

Le certezze non hanno mai avuto un posto fisso, da queste parti. Tutt’al più restavano il tempo di una notte, come nei bed and breakfast.

 

Me ne servirebbero un paio da tenere sottomano, come il cacciavite quando si rompe un rubinetto.

 

Ma ho imparato che quando pensi di aver costruito una casa, nei negozi, qualche strada solida, magari arriva la guerra, fa tremare i muri, crollare i negozi, riempire le strade di odio e di violenza. Per ricostruire ci vogliono anni, molta pazienza e pochissima voglia di trovare spiegazioni.

 

Così mi accontento.

 

Ho un lavoro da vendere e dei sorrisi da regalare.

 

Ho piantato dei semi in alcuni cuori e li vedo crescere con tenacia.

 

Ho un piccolo amore che sembra una biglia sul ponte di una nave.

 

Mi accontento di ricucire futuri, annaffiare piante, raccogliere biglie e guardo crescere determinata quella ragazza veneta con le mollette che canticchia sempre vecchie canzoni d’amore.

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Ho bevuto il caffè un’ora fa e adesso ticchetto come neanche le bombe della Banda Bassotti per far esplodere il deposito di zio Paperone.

 

Ho scritto un articolo su un signore che un bel giorno ha detto “No, grazie”, si è tolto camicia e cravatta e si è messo a fare meridiane.

 

Adesso ti accoglie nella sua casa zeppa di libri e di storie e ti spiega dei movimenti del cielo, che regolano quelli della terra, e sulla terra, le stagioni, le lune e i respiri dell’uomo.

 

Oggi, una delle mie adorate rom mi ha detto “Tra un mese sono fuori casa. E’ ora di cercarne un’altra. Ho paura”.

 

Ticchetto e trascrivo annunci di appartamenti, villette, bifamiliari, tricolocali.

 

Mi domando quand’è che ci siamo dimenticati del tempo dell’universo e lo abbiamo fatto a pezzi nei nostri orologi. Quando abbiamo smesso di guardare in alto per guardare le cose. Quando abbiamo iniziato a definirci per ciò che abbiamo e non per ciò che siamo. Con lo stesso stupore delle mia rom che tra un mese è fuori casa, guardo le stanze in cui vivo e capisco come non siano mie, come la casa sia una cosa che cerchiamo tutti, ma che il cielo non ha.

Così penso che lascerò da parte tutta quest’ansia da caffeina, tirerò giù la coperta dall’armadio e andrò fuori a far compagnia ai vecchietti, buttando un occhio in alto per vedere dov’è finito Giove e se magari lì di fianco ci sono anche la pazienza silenziosa degli astri e la purezza nitida delle costellazioni. Due cose che anche noi, da qualche parte, dobbiamo pur aver avuto, una volta.

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Ho visto un film in cui ad un ragazzino crescevano le branchie quando doveva tuffarsi sott’acqua.

 

Va be’, ho visto un pezzo di Harry Potter e ‘sto nano di mago ad un certo punto, per affrontare una prova sul fondo di un lago, si trasforma in una specie di anfibio verde striato.

 

E poi va.

 

Caccia la testa sul fondo, si dà la spinta e nuota sereno.

 

Nuota pochissimo in realtà, ma questo non conta visto che è l’eroe e quindi in otto secondi netti attraversa il lago (che sembra grande come l’Oceano) e trova ciò che sta cercando. E salva pure una che non c’entrava niente, mentre è lì negli abissi. Gli viene ovviamente facile, rinunciare all’ossigeno per slegare dalle alghe la prima biondina che passa.

 

Questo per dire che non è semplice trovare la poesia tutti i giorni. Non ce n’è in Harry Potter che trionfa a mani basse sul male, sull’egoismo, sulle ingiustizie. Manca solo che trovi pure il rimedio alle tarme o vinca a “Sarabanda”.

 

Non sempre c’è poesia da queste parti.

E’ arrivato il vento di settembre, purtroppo qui gli eroi scarseggiano (e di maghi neanche l’ombra) così mi tocca mettere il maglione coi bottoni e sperare di tenerlo slacciato ancora per un’altra settimana.

Il vento c’è, la poesia no.

Il vento porta aria di decisioni, di nostalgia, di funghi che crescono bassi, di portici che si riempioni di foglietti colorati. Ci sono strade che so a memoria in due regioni diverse. Di alcune so le curve, i muri a secco, i portoni con la vernice verde scrostata. So i rovi, i cani e il periometro degli orti.

Di altre so l’odore acre, le ombre e le luci, le merci impilate, la storia che ti sbiarcia da sotto il volto. So le scritte, le vetrine e le mani tese dei mendicanti.

Leggendo bene questi elenchi, mi sa che ho sbagliato.

Mi sa che ce n’è troppa di poesia, in questi giorni, attorno a me.

E io non so quale delle due mi piaccia di più.

#

Piego un lenzuolo.

 

Grande, sbiadito, arancione.

 

Come un pennarello a maggio, ancora nell’astuccio ma ormai da buttare.

Lavo i piatti.

Spaiati, sbeccati, colorati.

 

Come un rumore di fondo, che quasi quasi se ne va.

Appendo la giacca.

La tua è lì a fianco.

 

Insieme a te non ci sto più,

ma tutto il resto è ancora qui.

E cocci dappertutto, come lame.

 

Sarà anche il gioco della vita ma che dolore  #

 

Aldrovandi, Piazza di bancarelle
Bolognetti, Vicolo estivo neofighetto
Casaralta, Scuola elementare di zingari
Dozza, Carcere e Parrocchia dove poi un mio amico si sposa
Estragon, Locale concertifero
Fossolo, Zona sconosciuta
Garisenda, Secondo nome di torre
Hotel Savoia, sempre dritto a 500 metri
Irnerio, Vicino all’ufficio
Luca, Santo sui colli
Minghetti, Mazzini, Massarenti
Nazario Sauro, Amico delle Matterelle
Orfeo, Centro per le famiglie
Portico dei Servi, per Natale
Quarto, Inferiore e Superiore
Rastignano, tra campi e realtà
Sala Borsa, biblioteca 10 prestiti
Tolè, paese sui colli
Ugo Bassi, statua
Vito, trattoria celebre
Zamboni, strada universitaria.

domani alfabeto veneto, per par condicio.

No, non ho ancora deciso.

#

Alibrandi, il mio medico da piccola
Bandalarga, caffè aperto da poco
Canzoi, valle di campeggi
Dal Piaz, e molti altri rifugi
Eremo di San Michele, vicino di casa
Feltre, paese leghista
Giaroni, indimentica frazione
Hotel Miramonti, un po’ Supramonte
Isola, piazza adolescente
Limana, posto di cioccolato
Mel, lavoro possibile
Norce, pizzeriamunito
Orto, il miO
Pedavena, con casa sui monti
Quattro sassi, postaccio
Rasai, paese di amori
San Vito, con lago
Tomo, amico nuov
Umin, raggiungibile in bici
villaga, paese drio le montagne
Zermen, centri estivi di.

No, NON ho ancora deciso

#

E’ poi questa, la stagione buona per innamorarsi.

Questo ottobre generoso, con delle giornate limpide e fredde. Un vento sottile che punge la faccia quando vai in giro e ti vien voglia di trovare tasche in cui infilare le mani.

Molti ottobre fa, combattevo con l’adolescenza e cercavo tasche a più non posso. Così mi sono innamorata di una felpa. Nera, o forse bordeaux. Una di quelle col cappuccio, un po’ rapper americano. Stava addosso ad un ragazzo magro e ho pensato che non mi sarebbe poi stata tanto male.

 

Più di quella felpa, ricordo ora con dolcezza un maglione color nocciola con delle righe arancioni blu e tutte le volte che l’ho nascosto nell’armadio per non doverlo più vedere.

 

 

La vita poi pretende cambi di stagione, curve e battute d’arresto. Ci siamo persi di vista, dopo aver percorso strade di gioia ma anche di cattiveria e dolore. Quello vero, che non ne hai mai provati prima perché sei troppo giovane per ricordare.

 

Indossa ancora dei bellissimi maglioni ed è ancora molto magro, quel ragazzo. Viene sempre molto bene in foto e scrive sempre con passione.

Non mi parla, o una cosa del genere.

Comunque, la prossima volta non mi farò spaventare da nessun maglione o da nessuna giacca abbottonata.

E gli dirò che  ho ascoltato da vivo questa canzone.

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Nera che porta via, che porta via la via

Nere le gonne delle donne di stasera. Nere che portano via la notte e la nascondono sotto strati di stoffa spessa, pesante, quasi a volersi trascinare dietro tutte le nuvole, la nebbia e il freddo di questi quieti giorni  d’autunno.Un’altra ronda, una scorribanda corsara nelle periferie di Bologna, quelle abitate da donne con lunghe vesti scure e uomini in giacca pesante. Passeggiate che di romantico hanno solo il nome, pochi passi in mezzo alla melma, lungo un sentiero di rifiuti, dove hanno fatto il loro nido generazioni di topi.

Anche loro, neri che portano via. Un pezzo alla volta, a morsi, a strattoni, a strappi, portano via la speranza di un riscatto: i topi vivono assieme a queste famiglie, rubano il cibo, smuovono le sterpaglie e ricordano anche a loro quanto sia facile strisciare, dopo aver iniziato la discesa. Sono andata a trovare delle persone che vivono in baracche e tende tirate su con materiali di fortuna, lungo una strada sterrata di perfieria: da un lato l’autostrada, dall’altro una clinica per ricconi.

Le baracche nella nebbia sono come animali nella savana, nascosti a riposare tra gli alberi. Sembrano grandi occhi neri della Madre Terra, aperti solo a metà sulla sua crosta piena di ferite. Sembrano squame di una terra stanca, che sta cambiando pelle cerca di scrollarsi di dosso gli ultimi, quelli che non ce la fanno a seguire i ritmi del cambiamento.

Invece sono sacchi della spazzatura, teloni di camion e altri materiali rubacchiati da qualche cantiere o trovati vicino ai cassonetti, legati con fili di nylon e sputi, perchè resistano almeno alle prime piogge.

 

Arriviamo che fa buio, ma ci vedono subito.

Le donne hanno il fazzoletto in testa e la miseria negli occhi. Il sogno dell’Italia ricca che tende la mano è svanito, nessuno le guarda agli angoli delle strade, la Polizia le scaccia e a fine giornata tornano in questa terra di nessuno, a bastonare i topi che grattano sulle lamiere per entrare nelle capanne.

 

Gli uomini hanno il volto segnato dalla stanchezza, sono rimasti in pochi, non c’è niente da fare ora che i cantieri edili sono fermi e non possono più tirar su trenta euro lavorando a giornata.

 

Parole di rabbia ci accolgono subito, senza sconti: “Dove sono i miei bambini?”

 

E’ passata l’assistente sociale e li ha presi durante uno sgombero: la disperazione più grande è quella di perdere i figli e a questo ragazzo venuto in Italia per guadagnare qualche soldo ne hanno tolti due. Bestemmia, si arrabbia e poi si sfoga: non sa come dimostrare, come convincere il giudice (e forse anche se stesso) che ha una casa in Romania per sistemare i bambini e sa che non li rivedrà tanto facilmente.

 

Il dolore lo artiglia alla sua baracca sudicia, non se ne potrà andare finchè non avrà riavuto i suoi figli.

 

Storia senza soluzione, ignobile e che fa venire il cuore duro: da qualsiasi parte si guardi, c’è della sofferenza, un distacco, un abbandono.

 

I topi non guardano. Frugano nella spazzatura abbandonata all’inizio dell’accampamento: quando sono arrivati non ce n’era, l’han messa lì gli uomini a poco a poco. Era una sistemazione provvisoria, perchè curarsene?

Invece è diventata una casa per mesi, i mucchi si sono alzati e i topi hanno capito che si avvicinava un periodo buono. Adesso, quando non parla il ragazzo, parlano loro. Spostano barattoli, si litigano avanzi, si rincorrono nella nebbia.

Con i loro squittii interrompono la conversazione: dicono che neanche loro, una volta, erano abituati a tutta quella sporcizia, all’odore tremendo, alla prossimità che viola ogni persona. Poi, pian piano, han cominciato a chiedere sempre di meno, a vedere che avanzi ce n’erano per tutti, che non serviva chiedere, se ci si accontentava delle croste. Bastava stringere un patto con l’uomo: tu mi tolleri e fai finta di non vedermi, io mi cibo di avanzi.

E così è andata anche in questo accampamento sperduto tra l’autostrada e le nebbie bolognesi.

#

Alda Merini ha popolato la mia adolescenza.

Con questo amore che graffia e sputa, con questa forza feroce.

Ho letto le sue poesie e ho imparato come si fa a splendere dopo chilometri di salita e sudore.

Ho avuto la fortuna di conoscere il suo editore preferito, artigiano che crea libri in trenta copie al quale lei telefonava dieci volte al giorno, solo per dire “come stai”. Lui mi ha raccontato di questa signora immensa e fragile, geniale e volubile. Questo è il momento di fare un passo indietro e di salutarla,  lei e le sue unghie laccate di solitudine.

Ho scelto una poesia breve e toccante, la prima che io abbia imparato a memoria senza avere un insegnante a cui rendere conto.

Grazie Alda, da tutte noi salamandre.

Sono nata il ventuno a primavera,

a non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle

potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe

e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera.

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Adesso, pedalo.

Ho traslocato e combatto la guerra degli scatoloni a colpi di detersivi chimici e guanti rossi.

Lavoro e scrivo, compilo elenchi, schede di progetti.

Giro mail, proitetto sguardi oltre la cortina bassa della povertà e cerco di capire quale concretezza potrebbero avere alcune idee che ultimamente girano nell’aria.

Ho voglia di ninnoli e mele candite. E di persone che pedalino con me, con la spontaneità e la serietà necessarie per iniziare nuovi percorsi che finiscano dentro quel termine abusato che è “inclusione”.

Per fare un albero ci vuole il legno e per far sì che una persona si senta un po’ meno straniera, cosa ci vorrà? Forse un pesce pescato dal collega muratore e cucinato sulla stufa del vicino. Forse un grembiule nuovo per iniziare la scuola materna assieme ad altri bambini che vengono da tutto il mondo. Forse una maestra che pronuncia il tuo nome con l’accento giusto. Forse un’educatriche che ha tempo anche per parlare di zuppe e cavoli, oltre che di bollette. Forse una vicina imbranata a cui cambiare una gomma, senza volere nulla in cambio. Forse una squadra di operai che ti sistema la casa a puntino, con i volti neri macchiati dall’intonaco bianco.

E poi nuove parole. Progetti da iniziare, sempre più condivisi, stuadiati assieme, sempre meno ricette già pronte e sempre più passi minuscoli, in una direzione decisa in due.

Qualche volta è poi difficile pensare che una parte della crescita dell’insieme si giochi anche su  un piccolissimo due. Sull’essere “altro” per qualcuno e avere ogno giorno mille occasioni per confrontarsi con chi si ha di fronte, mille momenti in cui può valere maggiormente la pena mettersi a fare due chiacchere, invece che stilare classifiche. Un compito minimo, ma richiesto a tutti. Parlare a chi si ha di fronte semplicemente come ad un altro che potrebbe anche starmi sui maroni, ma a cui voglio dare una possibilità.

 

E poi vedere che succede.

 

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Avevo in mente di scrivere due righe su una specie di gelosia solletico che mi prende in questi giorni.

 

Un amico nuovo, con cui però mi è capitato di condividere intimità improvvise e piccole confidenze sottopelle mi fa pensare. Si tratta, tra di noi, di qualche chiacchiera dopo il lavoro e una onestà disarmante, nell’esprimere le idee, i gusti musicali, le speranze e i racconti delle vacanze.

Negli ultimi giorni ha preso la rincorsa per sbattere contro ad una ragazza strana, che un po’ mi fa arrugginire i gomiti negli abbracci. Così ho questa febbre di quasi gelosia per una persona nuova, che mi sta simpatica e vorrei avere un po’ di tempo per spiegargli che, per farsi del male, van poi bene anche i cocci di bottiglia.

Una sensazione nuova, che c’entra con la voglia di tenere vicino a me i visi a cui tengo e forse anche con un po’ di rassegnazione al vederlo di meno in questo periodo.

 

Volevo scrivere tutto questo, mettendo qualche svolazzo qua e là, due virgole in più.

 

Poi girovagando ho trovato Natan Zach.

E ho capito che alcune volte bisogna dirsi le cose tutte in fila.

 

Glielo devo dire, che gli voglio bene.

 

E che tutto sommato, mi piace c’entrare un po’ con la sua vita, con tutte le testate che ci staranno dentro!

Natan Zach-Sento Cadere Qualcosa

Sento cadere qualcosa, disse il vento.

Nulla, soltanto il vento, calmò la madre.
Sei colpevole quanto lui, sentenziò il giudice all’accusato.
Un uomo non è che un uomo,
spiegò il medico ai famigliari sgomenti.
Ma perché, perché, il ragazzo s’è domandato,
non credendo ai suoi occhi.
Chi non vive a valle sta in montagna,
stabilì l’insegnante di geografia
senza alcuno sforzo apparente.

Ma solo il vento che portò via
la mela tenne a mente ciò che la madre nascose al figlio
che mai, mai, mai si sarebbe consolato.

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OsteriaOsteria Grande, dicembre 2009

La neve, il nano e un cancello da aprire per i sogni che verranno.