Una bottiglia di contenuto interiore

Scusate l’assenza, ma ero occupata a fare bella figura.
Mi capita delle volte, specie quando sono in giro con le Matterelle, di passare daventi a delle vetrine o a degli specchi e di buttare l’occhio per vedere come sto. Che figura ci faccio.
Come guardarsi senza guardarsi.
Darsi un’occhiata di sfuggita, per vedere come si sta in quella situazione lì.
Ecco, in questi giorni son stata occupatissima a fare questa cosa: cioè a guardami ma senza vedermi davvero, a giudicarmi dal di fuori, come una bottiglia di vetro scuro che dentro potrebbe aver acqua oppure birrette oppure the alla menta ma te non lo sai.

Non serve a molto, guardarle dal di fuori, le bottiglie di vetro scuro. Non si capisce se la roba che c’è centro è frizzante oppure no, se è una cosa tipo integratore alimentare di ferro a base di cranberries oppure liquore tipico catanese a base di ginepro. Si capisce solo che è una bottiglia, e di vetro scuro.

Ecco, forse è il caso che la apro, questa bottiglia che ho qua davanti e capisco se quel che c’è dentro mi piace o mi fa schifo, se mi fa ubriacare e poi vedo le stelline o mi fa diventare la testa pesante e poi giù di ibuprofene.

Gli specchi sono sopravvalutati. Il dentro non si vede.

Bisogna mettersi lì, buoni buoni, e guardare in un altro modo, per vedere il dentro. Ho provato anche ad aprire la bocca, per vedere il mio contenuto interiore, ma niente, si vedono al massimo due otturazioni e un po’ di ugola, più in là non si va. Ho guardato bene dai buchi del naso, ma niente, solo del nero e qualche caccola. Non si fa così, nessuna speranza. Sono andata anche dalla ginecologa, ma anche lei, non ha saputo dirmi molto.

Insomma, per guardarsi dentro non servono gli specchi, né le sondine infilate nella gola (questa cosa si chiama gastroscopia) e non va bene neanche dare un’occhiata alla vetrina mentre cammini. Niente da fare.

Così, di queste poche informazioni sul mio contenuto interiore che avevo non sapevo cosa farmene, non si poteva neanche scriverci un post, guarda, due robette in croce, un elenco ingredienti più corto di quello del latte.

Latte intero a lunga conservazione. Ingredienti: latte.
Potaci intera a 28 anni di lunga consrvazione. Ingredienti:

Nessuna risposta da mettere dopo i due punti, nessuna spiegazione.
Insomma, un casino pazzesco.
E quindi niente, per far sì che nessuno si accorgesse che non sapevo cosa avevo dentro, mi son messa lì e ho cercato di non fare brutta figura. Le risposte alle domande sempre immediate,  sì che fioccavano come neanche le multe in ZTL. Il risultato è stato una settimana buona di impegni a caso, di solidarietà a qualsiasi gruppo, di appoggio scontato a qualsiasi tipo di iniziativa. Ancora un po’ e compravo pure “Lotta Comunista” fuori dall’Università. Schivata per un pelo l’affiliazione ai Testimoni di Geova, c’è mancato poco che aprissi le porte al male sotto la sua forma peggiore, rappresentanti di Tupperware.

Così, ad un certo punto, mi son stufata.
Mi son studata di non veder cosa c’era dento e di volergli già male, nonostante tutto.
E ho stappato la bottiglia.
E dentro c’era la rabbia. Perché dire tanti sì fa una fatica assurda.
E la paura della solitudine. Perché diventare adulti significa anche scegliere e scegliere di essere coerenti qualche volta fa esser soli.
E la tristezza perché non c’avevo guardato prima, dentro di me, e allora la rabbia era cresciuta, era fermentata, come il gorgonzola quando lo lasci aperto in frigo. E la tristezza pure, come il pane che se lo lasci sul tavolo troppi giorni fa la muffa. E tutto questo sfacelo puzzava e faceva puzzare anche il resto, anche la poesia, la gioia, l’entusiasmo e l’affetto.
L’entusiasmo che puzza di affetto è come quando tagli una crostata col coltello delle cipolle.

Così son qua, mi scuso per l’assenza, ma ho un sacco di lavoro da fare.

Son sollevata che erano solo rabbia e tristezza in superficie quelle cose che avevo dentro. Adesso devo un po’ grattar via lo strato di muffa che hanno fatto, devo un po’ far spazio e pulire, devo un po’ mettere in lavastoviglie la poesia, l’affetto e l’entusiasmo, perchè son stati così, ammuffiti per un po’ e prima di riusarli ci vuole del tempo.

Ma ci sono, e poi mi viene in mente che anche Pasteur, lì, come si chiamava, ha scoperto la penicillina perchè ha fatto ammuffire della roba, e quindi ecco, son sicura che me la caverò e magari non proprio la penicillina, ma magari scopro qualcosa anche io, qualcosa tipo che il modo giusto per riconoscere la rabbia non è guardare se sbuca fuori dalle orecchie o se esce dal naso quando tracima, ma farla uscire mentre è lì baldanzosa che tira i dadi nella pancia per decidere quale altro territorio occupare.

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Cosa sono i bruscandoli

I bruscandoli in casa mia abitano attualmente nel secondo ripiano del frigorifero, tra una confezione di mozzarella bianca e gialla con su una moneta che ride (da cui il nome) e una scatola di mais aperta.

A dirla bene sono cime di alcuni arbusti che fioriscono in primavera, sono la parte finale di questi cespugli, crescono nelle zone umide, ai piedi dei boschi e in  italiano si chiamano asparago selvatico o anche luppolo qualcosa. Nessuno se ne cura, del luppolo selvatico, è quasi una pianta infestante, non te lo tieni in giardino, lo vai a cercare sugli argini o nelle zone in cui il prato finisce e diventa boscaglia.

Sono una cosa che non ha tanto sapore, bisogna curarli, cioè togliere le parti non edibili (è una bella parola, edibile), sbollentarli, e poi farci il risotto. Che poi il risotto sa un po’ ma pochissimo proprio, di asparagi, ma soprattutto sa di selvatico, un po’ di erba, un po’ di prato, un po’ di primavera quando fa ancora freddino e la mattina dici “Ma la prendo la sciarpa?” e alla fine te ne vai con una sciarpina leggera che poi verrà infilata nella borsa o dimenticata su qualche tavolo perché durante il giorno esce il sole e non ti serve più.

Anche la pianta intera, dei bruscandoli, poi nel resto dell’anno sparisce, non la so riconoscere più, non so deve vada a finire, fattostà che serve solo per un paio di settimane, un mese al massimo, poi la stagione dei bruscandoli sparisce anche lei  e non se ne riparla più fino all’anno successivo.

Insomma, i bruscandoli sono i giovani germogli del luppolo. Vengono, vanno, stanno poco, qualche giorno in frigo, il tempo di un piatto di riso, e poi ritorano via.

Ecco, io, in questo periodo, uguale.

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Federico Tavan

Cuan’ che me soi inamorât

Cuan’ che me soi inamorât
Al cour al tucava
Làscete zî
Chist al é l’amour
Jo ài strengjŭt i dinç
Al cou al à tasŭt.

(Quando mi sono innamorato. Quando mi sono innamorato il cuore batteva: lasciati andare, questo è l’amore. Io ho stretto i denti, il cuore ha taciuto)

 

 

 

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Diego de Silva, ripescato e contrario alle emozioni

Siccome domani vado a sentirlo presentare un libro, ho ripescato un brano di Diego de Silva da “Sono contrario alle emozioni”. Son proprio curiosa di vedere se è uno bravo davvero o se è un Autore di quelli delle foto con la mano sotto al mento come insegna il nostro guru.

Intanto, ripassiamo tutti assieme, bravini.

Ho letto “Sono contario alle emozioni” di Diego de Silva.

E’ vero, non c’è la trama.
Che per un romanzo, è una cosa che ci vuole.
E c’è un personaggio solo. E per di più è parecchio pieno di sè, e riempie col suo ego pagine e pagine. E le riempie con pezzi scritti in word e lasciati lì aspettando la crisi di uno scrittore di solito bravo che usa delle robe anzate per arroccare un romanzo.
Però, salvo dei pezzi anche qua.
Salvo l’onestà disarmante di un uomo che si accorge della solitudine e la saluta e la prende per mano.
Salvo la sfrontatezza del dire “ho bisogno di te” senza paura di apparire fragile.
Salvo qualche riga buffa, qualche riga sorniona, qualche riga in cui il Vincenzo Malinconico e il suo Ego si aggrappano a tutti gli specchi possibili per dire “ce la facciamo anche senza”. E questo “senza” si riferisce alle sicurezze, all’amore e a tutte quelle cose che nel curriculum non ti chiedono mai invece servono un bel po’.

Il pezzo migliore, a proposito, per me rimane questo:

(parla da solo, ma si rivolge alla sua ex moglie)

Sei diventata una sorta di categoria filosofica, ti rendi conto? Appena ti penso mi si solleva una tale quantità d’interrogativi che mi ci vorrebbero un paio di lauree ad hoc solo per cominciare ad approcciarne qualcuno. Per cui faccio quel che posso. Tocco con mano la mia ignoranza. A forza di soffrire per te ho contratto un debito intellettuale nei confronti del tempo che attraverso. Sono un militante del pensiero critico. Mi attirano i libri che fino a poco tempo fa m’innervosivo solo a leggerne il titolo. Sei compatibile con tutto: con il privato, il pubblico, la politica, l’etica, l’estetica, la religione, la musica, la letteratura, il cinema, il teatro, l’informazione, la tecnologia, la pubblicità dei pannolini e persino quella delle macchine. Ogni cosa è compromessa con te. E io sono obbligato a speculare su tutto, perchè tutto ti riguarda. Sei ovunque, tranne dove vorrei che fossi. Indovina dove.

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Ligabue e street viewer, considerazioni d’uso

Mettiti a sedere, cosa vuoi da bere, quello che hai purchè sia forte

Ligabue lo so che è Ligabue, che ha basato la sua carriera sulla ripetizione, sullo stracciamento multiplo di maroni e sulle frasi in fondo alla Smemoranda ma delle volte son triste e mi viene in mente l’Alda Merini, altre volte sono triste e mi viene in mente Ligabue, che vuoi farci è la vita.
E’ che Ligabue, porco cazzo, la fa facile.
Mettiti a sedere, cosa vuoi da bere,
due battute, non ci gira tanto intorno. Va giù piano, come dicono qua. Va giù liscio e via. Mettiti a sedere. Cosa vuoi da bere. Mica lui le dice “No ma nelle mie aspirazioni ci sarebbe una carrire e quindi credo di viaggiare e quindi” e lei non dice “No devo andare via subito, mi aspettano per cena, poi ho da fare quindi”.
No, Mettiti a sedere, cosa vuoi da bere. E non c’è pezza, si sa già dall’inizio della seconoda strofa che tra qui due andrà a finire in un modo sudato di lenzuola e sussurri, in due battute, eccoli lì già belli e sistemati.

E invece, la vita è un casino pazzesco, puttanassa vaccassa. La vita è una roba che a un certo punto sei lì, per dire, ad una riunione (ma quantemminchia di riunioni faccio in questo periodo?) e uno dice, chessò, “caraffa” o chessò “condominio” e a te ti viene in mente una primavera di non troppo tempo fa quando anche tu pensavi “condominio” e lo pensavi con qualcun altro, e ci stavi lavorando un po’ su, ma quasi per caso, senza pensarci troppo, così, come si spostano i capelli dal viso mentre si parla, ecco quel condominio, come dire, lo stavi un po’ preprarando. Mica niente di speciale, nessuna DIA, nessuna betoniera con il cemento a girare in giardino, ma via, diciamo che almeno l’erba l’avevate tagliata, davanti a quel condominio, almeno una scrostatica ai mattoni l’avevate data, ecco, niente di serio come passare le domeniche all’Ikea col metro di carta e le polpettine a quattro euro, ma insomma, qualcosina, tipo non so, parcheggiare lì fuori per una mezz’ora e porvare a vedere come sarebbe stato parcheggiarci tutte le sere, qualcosa tipo provare quanto ci si mette ad arrivarci da lì all’ufficio, ma via, niente di serio, però, insomma, qualcosa di geograficamente collocato.

Google Street viewer, che tu sia maledetto, tu che dai concretezza ai sogni.
Un conto è sapere che c’è una strada, una distanza consigliata, via centro o via tangenziale,  che prima o poi ti porta in un posto in cui vorresti abitare, un altro conto è vederla, metterci il cazzo di omino arancione che sembra un operaio dell’Anas ed ecco spuntare una casa, ecco vedere qualche ciclista immobile nell’immagine che si è trovato per caso lì, a farsi un giro dopo pranzo per buttar giù l’arrosto della suocera e niente, si è trovato nel mezzo di google street viewer, immortalato, per sempre parte del paesaggio.
Ecco, la concretezza ciclista di google street viewer, mi sento addosso oggi.

Una che con quel condominio lì non c’entra più niente, una che ci si è trovata a passare fuori per caso e poi, sfiga, le han fatto la foto e adesso, tutte le volte che apri la pagina a quell’indirizzo ti viene fuori una foto di un ciclista, lui era uscito solo perchè doveva digerire l’arrosto di sua suocera e invece, guarda, si è fermato lì per sempre per via di google, ma proprio è uno che con la foto non c’entra niente, niente mica come quelle foto famose in cui c’è la bambina col fiore e il carro armato e tutti pensano eh, com’è coraggiosa, guarda, no, il ciclista c’ha una bici da due soldi, comprata da decathlon, una bici, così, della domenica, ha la maglia in tessuto tecnico traspirante che gli sta stretta sulla pancia, perchè le maglie in tessuto tecnico traspirante le fanno apposta per gli sportivi veri, per querlli che la pancia non ce l’hanno, lui invece se l’è comprata pensando che, se cominciava adesso, se ci metteva costanza, se andava fuori in bici un paio di volte alla settimana magari ce la faceva, a entrarci bene, invece niente, poi va a finire che si lavora fino a tardi, una volta c’è brutto tempo, una volta c’era la partita e niente, ‘sta maglia in tessuto tecnico traspirante non gli è mai entrata, ma lui la mette lo stesso, per far vedere che un po’ di buona volontà ce l’ha.

Ecco, lui e la sua maglia non c’entrano più niente con quel condominio lì, quello segnato sulla mappa, quello per cui è stata scattata la foto.

Ecco, uguale.

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Giusto un promemoria

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.

Gianni Rodari

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Rughe-Paco Roca

Rughe-di Paco Roca

Rughe l’ho preso in biblioteca perchè è una grafic novel e ancora non riesco a concepire di spendere 14 euro per un libro che mi dura due ore. Un libro mi deve durare al minino minino un mese, farsi una ventina di giri nella borsa del lavoro, un paio di notti a terra a fianco al letto, un salto in bagno di domenica mattina e poi ecco posso dire di averlo letto.

Rughe invece si legge in due ore o anche di meno, fumetti e anche pagine con solo dei disegni. Ma sono due giorni che lo rigiro tra le mani e in testa e allora provo a scrivere perchè ‘stavolta, quasi quasi allungo le mie cortissime braccine fino al portafoglio e me lo compro.

Me lo compro perchè ho paura di diventare come i vecchi di Paco Roca, vestiti di pastello e in casa di riposo. Ho paura dell’odore delle case di riposo, e delle tinte gialline grigine azzurrine con cui sono dipinti i muri. Ho paura di non avere nessuno che mi viene a trovare.

E Paco Roca lo sa, che io di tutto questo ho paura, qualcuno glielo deve aver detto, perchè non risparmia niente. Non dice “dai, son dei bei posti”, non dice “avrai sicuramente dei parenti”. Paco Roca si mette lì e fa il suo lavoro, quello di raccontare per davvero come vanno le cose, quando la famiglia non ce la fa a gestire anche un vecchio in casa e si va in struttura, in posti in cui il personale fa del suo meglio, magari, ma magari c’è da aspettare un’ora se sei vecchio e devi avere qualcuno che ti aiuta per andare a letto.
Mi è piaciuto molto, questo “Rughe” perchè non fa sconti, non inventa fandonie sulla saggezza dei vecchi e riesce comunque a trasmettere una tenerezza infinita, un infinito amore per la vita anche in quella forma lì, in quella forma che sembra un aspettare la morte.

E così mi è venuta in mente mia nonna, e l’ho chiamata, mi son venute in mente tutte le nonne in casa di riposo, tutte le nonne che tengono via le Rossana per i loro nipoti e son contenta che un nipote abbia parlato anche di loro, abbia mostrato quella parte lì.

Perchè solo continuando a farsi domande, a farsi domande anche sui vecchi, possiamo capire dove andremo domani, in queste case pensate per l’oggi, dove andremo quando neanche per noi ci sarà spazio, in questo mondo che ti trova un posto solo quando riesci a pagare l’affitto.

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