Stamattina mi son svegliata presto.
Mi son svegliata presto, vestita colazione uscita bicicletta lavoro.
Poi ho fatto miliardi di cose, tra cui telefonare, andare in posta, scrivere, cercare un bilocale max 450 euro zona corticella, telefonare di nuovo, rivedere obiettivi generali e specifici di un progetto, poi colloquio, poi ho preso la macchina e ho fatto 45 chilometri per una riunione e poi un ‘altra riunione subito dopo. Poi ho mangiato la pizza in piedi con tutte le persone che c’erano alla riunione, era una pizza buona, di quelle da asporto, l’ha ordinata uno che lavora con me e vive con uno che ha una pizzeria da asporto.
Poi mi son infilata in un’altra riunione e lì, mentre prendevo appunti, il mio capo ha detto una parola. Una parola sola, come dire “protocollo” o come dire “salame”. E a me è scattato un interruttore. No, non quello dei Soliti Idioti. Una specie di interuttore del Senso di Colpa. Sono entrata in Modalità Senso di Colpa. Come se fosse colpa mia di tutto, che non sono perfetta. Come se fosse colpa mia, che non stiro i mantelli da supereroe. Come se fosse colpa mia, e son sparita improvvisamente come sott’acqua e non riuscivo più a sentire quello che diceva il mio capo. Perché il mio Sistema Centralizzato del Senso di Colpa continuava a mandarmi input del tipo: “Tanto, sei una merda. Guarda che disastro. Se eri perfetta, tutto questo non succedeva”. Il mio Sistema Centralizzato per il Senso di Colpa non è molto forte in grammatica, e questo ve lo concedo, ma è fortissimo quando si tratta di mandare tutto a puttane. Su quello, non ha rivali.
E’ scattato in un secondo, come quando scatta la chiusura centralizzata della macchina, che si vedono le luci delle quattro frecce, lampeggiano, un lampo, è un attimo, e poi la macchina è chiusa e niente, se ti sei dimenticato dentro qualcosa è fatta, sei fregato, ti tocca entrare in un bar e chiedere scusa, dire che tu non te lo ricordavi che la macchina si chiudeva automaticamente dopo cinque minuti, che sei sceso un attimo a buttare via una pila di giornali che avevi lì da chissà quanto e puff, ti si è chiusa la macchina con le chiavi e tutto dentro. E devi chiedere al barista di farti telefonare a tua mamma perchè ti porti il secondo paio. Ecco a me è scattato un interruttore tipo così, in automatico, mentre facevo dell’altro.
Un guizzo di luce, una parola, mettiamo “lampone” e intorno si è abbassato l’audio, le persone son diventate mute e l’unica cosa che sentivo era questa simpaticissima voce nella testa che diceva “Guarda che disastro che sei. Adesso se ne accorgono anche loro e ti mandano via a calci nel culo. Guarda. Che. Disastro”.
Sistema Centralizzato per il Senso di Colpa: “Guarda qua che disastro, guarda che miseria. Se eri perfetta, a quest’ora eri già..” e lì aggiunge qualcosa a caso, che pesca dalle riviste di bellezza, che pesca da Micromega, che pesca da internazionale o da Cucina Moderna o chessò io come fa ad aggiornarsi, fatto sta che si mette lì, come il cellulare quando è scarico, e ogni due minuti mi fa vibrare il cervello dicendomi “Guarda che disastro”.
Sistema Centralizzato per il Senso di Colpa.
Quasi quasi lo brevetto.
Per cavarci fuori i piedi poi ho pensato bene di prendermi su una quintalata di lavoro, perché così gliela faccio vedere io, al Sistema, che invece non sono un disastro, che invece son bravissima. Mi son presa su una quintalata di lavoro che mi terrà attaccata al telefono da qui fino a fine marzo, mi piallerà il tempo libero e mi impedirà di avere un minuto anche solo per lavarmi i capelli, così da arrivare a fine marzo col lavoro finito e con il Sistema Centralizzato per il Senso di Colpa che mi dice: “Guarda che disastro. Guarda che razza di capelli che hai”.
Sono proprio una persona furbissima.
